NoirWords

Terrore

«Mamma, vado a fare una corsa. A dopo.» disse Federica dirigendosi verso la porta di casa.

«Io non ti capisco! Perché non esci con le amiche come fanno tutte le tue coetanee il venerdì sera? E poi… ehm… hai visto cosa è successo a quelle due ragazze in Veneto. Non hai paura a girare per le strade da sola di notte?»

«Tu pensi che quel pazzo delirante sia lì fuori ad aspettare me? Nessuno sa che Udine esiste sulla carta geografica dell’Italia, figurati un serial killer in cerca di gloria! Magari passasse da queste parti, almeno finiremmo sui giornali per qualcosa!» rispose Federica in modo sgradevole chiudendosi la porta alle spalle.

Fisico atletico, lunghi capelli biondi e occhi verdi come il mare, Federica era consapevole di attirare su di sé gli sguardi degli uomini, ma non se ne curava più di tanto: lei aveva grandi progetti che l’avrebbero portata lontano dalla piccola città di provincia in cui era cresciuta.

Infilati gli auricolari e isolata nel suo mondo di ribelle rock con la musica sparata ad alto volume, iniziò a correre.

Attraversò spensierata il tranquillo quartiere residenziale dei Rizzi e solo quando raggiunse il grande parcheggio dello Stadio Friuli, a ridosso della tangenziale, si accorse che una vecchia auto procedeva lentamente a fari spenti a una cinquantina di metri dietro di lei.

Tentò di dire a se stessa di non preoccuparsi, magari il guidatore aveva solo dimenticato di accendere gli anabbaglianti visto la buona illuminazione della strada, ma ad ogni istante la paura si intensificava. Si voltò di nuovo, il cuore le rimbalzò in gola e cercò di accelerare il passo ma le gambe erano molli e non rispondevano ai comandi del suo cervello. Le saltarono in mente le ultime parole pronunciate da sua madre e si sentì avvincere da una profonda sensazione di panico. Si voltò ancora, quella vecchia Punto era ora ancora più vicina a lei. Terrorizzata, si guardò in giro sperando di scorgere qualcuno, ma era sola.

Continuando a correre, con le mani sudate e tremanti riuscì ad afferrare il suo cellulare nella fascia da braccio e a fatica digitò il 112.

«Aiuto!» riuscì a dire soltanto, prima che l’auto la investisse da dietro facendola cadere faccia a terra e mandando il telefono in mille pezzi. Nello stordimento conseguente all’impatto udì una portiera aprirsi e dei passi veloci avvicinarsi a lei, ma non riuscì a reagire in alcun modo. Sentì un rumore sordo come un tuono esplodere dentro la sua testa. Poi più nulla.

 

Il freddo umido strisciava su ogni centimetro della sua pelle nuda, martoriata da lividi e tagli.

Con gli occhi bendati e perduta nel buio del terrore, non capiva da quante ore fosse rinchiusa e ogni piccolo rumore risvegliava la speranza della salvezza, del ritorno a quella routine che poche ore prima quasi disprezzava. Ma lo scricchiolio che udiva preannunciò soltanto il suo arrivo. Appena i suoi sensi in disperata allerta percepirono il suo odore sgradevole e la pelle ruvida delle sue dita sfiorarle il viso, cominciò a muoversi e a dimenarsi in modo sconnesso, strattonando inutilmente le catene che la tenevano legata al pavimento di cemento.

«Basta, ti prego…» lo supplicò.

«Lo sai, Federica, eri molto bella prima quando sei uscita di casa.» disse lui con voce calma «Abbiamo ancora qualche ora da trascorrere insieme prima che faccia giorno e ti abbandoni da qualche parte come immondizia. Ma non ho ancora deciso, forse non ti ucciderò. Tu sei già morta dentro. Io vivrò per sempre in te e godrò pensando a questo. Ho violato il tuo corpo e la tua anima: non potrai mai dimenticare il dolore, la paura e l’umiliazione.»

Pensieri terribili affioravano nella sua mente, ma lei tentava di ricacciarli indietro annegandoli nelle sue lacrime calde, che scendevano bruciando come fuoco lungo le sue guance sfregiate dalla lama del tagliacarte.

Lui aveva ragione: solo la morte avrebbe potuto allontanarla per sempre da quell’inferno.

 

«Mamma, mamma… vieni a vedere!» urlò la piccola Giulia correndo verso la sua mamma, seduta tranquilla su una panchina del Parco del Cormor, intenta ad inviare un messaggio con il suo telefonino.

«Arrivo subito, tesoro, dammi solo un minuto.» Era sabato mattina e Roberta non aveva ancora avuto un momento tutto per sé.

«Vieni veloce! Sotto a quel cespuglio laggiù c’è la testa di una bambola gigante che spunta da un sacco della spazzatura. E’ sporca di rosso… è brutta! Sai, fa tanta paura.» disse la bimba abbassando il tono della voce, intimorita dal suo stesso ricordo.

La madre, appena colse il significato di quelle parole, afferrò la bimba per un braccio ignorandone le proteste e si avviò spaventata verso un ragazzo che camminava poco lontano da loro.

«Fermati… aiutooo! Noi… io… penso che dovremmo chiamare la polizia…» balbettò, riferendogli d’un fiato ciò che sua figlia aveva visto.

«Si calmi e chiami un’ambulanza. Federica è viva.» rispose lui sorridendo e posandole una mano sulla spalla.

Prima che Roberta potesse capire, lui era già sparito dietro il folto degli alberi.